lunedì 9 ottobre 2017

Cinquant'anni senza il Che


Articolo da Pressenza


“Siamo militanti perché siamo rivoluzionari, perché crediamo nella libertà politica, la solidarietà e la giustizia sociale, nella speranza, il bene comune e la dignità di tutti. Siamo militanti perché pensiamo con la nostra testa anche se sbagliamo, perché ci provoca dolore l’ingiustizia commessa contro chiunque, arrivi da dove arrivi, perché non dubitiamo nel difendere il piccolo di fronte al grande, il debole di fronte al forte, perché sentendo paura, non una, ma molte volte, comunque abbiamo scelto di rischiare, rischiare tutto, senza aspettare una ricompensa, perché esponiamo la nostra pelle a causa di ciò che crediamo”.

[Parole di Ernesto Che Guevara riportate dalla figlia Aleida Guevara March, LEFT, 17 giugno 2017]

Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Guevara veniva assassinato a La Higuera, in Bolivia, dopo la cattura del gruppo di guerriglieri con il quale era partito da Cuba in una data imprecisata di quell’anno. Il “Che” (soprannome che gli era stato dato per il suo modo tipico di intercalare) era nato il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina.

Ai tempi del fortunoso sbarco del Granma a Cuba il 2 dicembre 1956 aveva appena 28 anni (Fidel Castro ne aveva 29). Sopravvissero in 12 e sulla Sierra Maestra cominciarono la Rivoluzione. Il 29 dicembre 1958 la colonna comandata dal Che vinse la battaglia decisiva di Santa Clara – nella quale 350 guerriglieri comandati dal Che fronteggiarono 3.500 soldati governativi – facendo genialmente deragliare il treno blindato che doveva essere la carta vincente di Batista (a Santa Clara è conservato il treno deragliato sulle stesse rotaie): ricevuta la notizia, il 1 gennaio il dittatore fuggì precipitosamente dall’isola, e il 2 gennaio le colonne del Che e di Camilo Cienfuegos entrarono all’Avana.

Il Che venne nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba (incarico delicatissimo in un momento cruciale per proteggere le finanze cubane), e quando venne creato il Ministero dell’Industria il 23 febbraio 1961 ricoprì la carica di Ministro per 5 anni.

L’essere umano più completo del nostro tempo


Non è possibile ricordare qui tutte le vicende del Che, ci limiteremo a ricordare alcune delle sue qualità intellettuali e umane che sfuggono spesso alle immagini oleografiche del guerrillero heróico, ma hanno impresso un’eredità indelebile alla Cuba odierna. E forse molto al di là di essa: ed è quello su cui cercheremo di insistere.

Il Che ebbe fin dall’inizio idee molto chiare da un lato sui valori che dovevano essere alla base della costruzione di una società solidale capace di rispondere ai bisogni di tutta la popolazione, e dall’altro sulla necessità di sviluppare una cultura e una scienza avanzate per affrancare Cuba in modo definitivo dallo stato di sostanziale subalternità in cui si trovano tutti i paesi del terzo Mondo. Due obiettivi che egli seppe tenere strettamente legati sia nel pensiero che nell’azione. La Rivoluzione cubana per la sua novità e originalità suscitò grandi interessi in tutto il mondo, attraendo frotte di intellettuali e scienziati: tra questi Jean-Paul Sartre, che incontrò il Che e scrisse che “non era solo un intellettuale, era l’essere umano più completo del nostro tempo”.

L’«uomo nuovo» … e la donna



Il 28 luglio 1960 davanti al Primo Congresso della Gioventù Latinoamericana che si svolse all’Avana il Che propose un concetto che avrebbe poi sviluppato ampiamente: l’idea dell’«uomo nuovo socialista», che concepiva come un nuovo tipo umano nel quale i sentimenti di solidarietà ed impegno nella società si sarebbero imposti sull’interesse e l’egoismo personali.

Chi si stupisse per il termine «uomo» deve pensare che nel 1960 erano ancora lontani i fermenti femministi e le preoccupazioni “di genere”: purtuttavia il Che mostrò ben presto la sua sensibilità in questo senso. In un discorso del 24 marzo 1963 (all’Assemblea Generale degli operai della Fabbrica Tessile Ariaguanabo per presentare i lavoratori di questo centro idonei alla candidatura di membri del PURSC) egli dichiarava, tra altre cose – rilevando che l’organismo del Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba eletto in un luogo di lavoro comprendente 3.000 operai includeva appena 4 donne su 197 membri – «effettivamente la donna non si è ancora liberata da una serie di legami che la vincolano alla tradizione di un passato che è morto. E per questa ragione essa non riesce a vivere la vita attiva del lavoratore rivoluzionario. L’altra causa può essere il fatto che la massa dei lavoratori, il cosiddetto sesso forte, ritiene che le donne non abbiano ancora sufficiente coscienza, e quindi fa valere la maggioranza di cui dispone». E aggiungeva riferendosi all’esempio di una «compagna, che era sposata – credo con un membro dell’Esercito Ribelle – per imposizione del marito non poteva viaggiare da sola, e doveva subordinare tutti i suoi viaggi al fatto che il marito lasciasse il proprio lavoro e l’accompagnasse ovunque lei dovesse andare. Questa è un’ottusa manifestazione di discriminazione della donna». E «l’emancipazione della donna deve consistere nella conquista della sua libertà totale, della sua libertà interiore, poiché non si tratta tanto di costrizioni fisiche imposte alle donne perché rinuncino a determinate attività: è anche il peso di una tradizione anteriore».

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Fonte: Pressenza


Autori: 
Rosella Franconi - Angelo Baracca

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Articolo tratto interamente da Pressenza



4 commenti:

  1. Caro Vincenzo, dopo cinquant'anni lui è ancora vivo in tutti!!!
    Ciao e buon inizio della settimana con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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  2. Grande personaggio, grande uomo.
    sinforosa

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